domenica 16 novembre 2008

qui cina

Il «New Big Deal» cinese contro la crisi globale


Angela Pascucci

il manifesto - 11-11-2008

C'è chi lo definisce il «New Big Deal con caratteristiche cinesi». Di fatto il programma di «stimolo» da 586 miliardi di dollari annunciato domenica dal governo di Pechino, annichilisce tutte le manovre finora intraprese dai governi mondiali per far fronte alla crisi globale. Non tanto per la sua entità (lo superano quanto meno i 700 miliardi di dollari stanziati dall'amministrazione Usa per salvare il proprio sistema bancario) quanto per le caratteristiche che ne fanno un massiccio intervento pubblico volto a riorentare in modo sostanziale l'intero sistema economico per salvarlo da un rallentamento ormai ineluttabile. La dura realtà si è incaricata di smentire i vertici cinesi, secondo i quali la crisi finanziaria aveva toccato la Cina solo di striscio e il suo impatto sarebbe stato del tutto controllabile. Quando i dati trimestrali hanno segnato una caduta del Pil di oltre il 3% rispetto alla fine dello scorso anno, dal 12,7 al 9%, e alcune proiezioni hanno abbassato il tasso di crescita al 5,8% entro la fine dell'anno. «Negli ultimi due mesi la crisi finanziaria globale si è intensificata di giorno in giorno. Dobbiamo essere veloci e decisi nell'espandere gli investimenti» ha dichiarato il Consiglio di stato che, con velocità tutta cinese, ha partorito un piano in 10 punti che per ogni anno da oggi al 2010 prevede un aumento straordinario della spesa pubblica equivalente al 7% del Pil.
L'obiettivo di fondo è strutturale: cercare di trasformare un'economia orientata all'esportazione e alimentata dagli investimenti esteri in capitale fisso (oggi in diminuzione) in un'economia che si sostenga con le proprie forze, cioè con il consumo e la spesa interni. Dieci le aree d'azione identificate tra le quali infrastrutture per i trasporti e l'energia, case popolari, con particolare attenzione alle zone colpite dal terremoto, miglioramento delle condizioni di vita nelle campagne, protezione ambientale, innovazione tecnologica. La nuova ondata di spese, ha annunciato il Consiglio di stato, partirà da subito, con 18 miliardi di dollari già sulla rampa di lancio da spendere entro la fine dell'anno. Parte integrante del piano una politica fiscale e soprattutto creditizia «moderatamente facile», di segno opposto a quella «rigida», condotta fino a qualche tempo fa, quando l'incubo peggiore era costituito dall'inflazione.
Ben altri sono oggi gli incubi. Secondo le statistiche governative nella prima metà dell'anno hanno chiuso i battenti in Cina oltre 67 mila fabbriche, di dimensioni diverse, come ha rivelato al Los Angeles Times Cao Jianhai, ricercatore dell'Accademia nazionale delle scienze sociali. Dal Guangdong, cuore della fabbrica del mondo, arrivano scene di esodo biblico dei migranti. Mentre gli animi dei cinesi prendono fuoco a ogni incidente, come dicono le notizie quotidiane di scontri con la polizia.
In questi 3 decenni di riforme epocali, che la Cina celebra quest'anno, poche volte si era visto un simile spostamento d'asse, faceva notare ieri l'ufficialissimo Quotidiano del popolo. Prova ulteriore della gravità del momento, che certo deve avere molto agitato i fronti all'interno dei vertici cinesi i quali, dietro un'apparente unanimità, celano scontri di linea forti sull'accento da porre alla qualità soprattutto sociale dello sviluppo, come le strane vicissitudini della legge sui diritti d'uso della terra hanno fatto capire. Non va dimenticato che la Cina è oggi uno dei paesi del mondo dove le diseguaglianze sono più profonde. Nel suo enunciato, il pacchetto di «stimolo» parrebbe attento anche a riequilibrare questo aspetto.
Le nuove misure costituiscono anche un annuncio della posizione cinese al summit globale convocato dal presidente uscente Usa, Bush, a Washington per il fine settimana. Il messaggio è chiaro: la Cina aiuterà il mondo aiutando innanzitutto se stessa. Questo è il ruolo mondiale che si è assunta da almeno due decenni e che ha deciso di continuare a svolgere

0 commenti: